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  >  Alfio Lavazza   >  Risalendo il Grande Sud: Tra Ventos e Ghiaccio Blu

Come Salmoni Controcorrente

Inizia l’avventura vera. Proprio come i salmoni, abbiamo iniziato a risalire la corrente della Terra del Fuoco, puntando verso nord alla ricerca di latitudini più calde. Il nostro cammino si snoda tra la leggendaria Ruta 3 e la Ruta 40, saltando da un confine all’altro tra Argentina e Cile.

Per raggiungere Punta Arenas, il copione si ripete: un piccolo traghetto ci trasborda su suolo cileno, mentre il mitico Stretto di Magellano ci osserva con le sue acque inquiete. Il meteo non fa sconti: pioggerellina costante e temperature che faticano a superare lo zero. Mauro non batte ciglio, affrontando il fango con la solita dignità. Siamo noi umani a doverci organizzare: con la truppa di figli al seguito, le “cabañas” diventano tappe obbligate per cucinare a temperature civili e sfuggire a un vento che in Patagonia non concede tregua. La tenda che ci ha protetto in Africa qui sembra un fazzoletto di carta davanti alla furia del vento australe.

Il Rigore Cileno e lo Speck “Fuorilegge”

La prima dogana cilena ci accoglie con una sorpresa amara: il sequestro di tutto lo speck arrivato nel container. Le restrizioni sulla carne animale, specialmente il maiale, sono ferree. Risultato? Una denuncia formale e una multa sospesa di 500 dollari (fortunatamente, mesi dopo, arriverà l’assoluzione).

Sbarcati a Punta Arenas, l’atmosfera cambia. Una vecchia motosilurante nel porto ci ricorda il passato militare del regime di Pinochet. È una sensazione sottile ma pervasiva: in Cile respiri ovunque un senso di rigore e precisione quasi marziale, specialmente negli uffici pubblici.

Cattedrali di Ghiaccio e Compagni Selvatici

Lo sterrato e l’umidità diventano la nostra quotidianità. La natura qui è cruda, severa, bellissima. Tra fiordi e laghi ghiacciati, puntiamo verso le Torri del Paine. Nonostante la pioggia, i trekking e la guida procedono senza intoppi. Lungo la strada, gli unici spettatori sono i guanachi, i lama e le vigogne, presenze costanti in questo panorama senza fine.

Poi, la deviazione verso il gigante: il Perito Moreno. Trovarsi davanti a quel muro di ghiaccio dal blu così intenso toglie il fiato. Qui l’autonomia dei nostri mezzi fa la differenza. Grazie all’eredità delle traversate africane, i problemi di rifornimento non ci spaventano; anche Mauro è impostato sulla distanza di sicurezza dei 600-700 km. Viaggiamo sereni, riscaldati solo da qualche raro raggio di sole che buca il freddo.

Capodanno tra i Pastori

Ci vorrebbe una vita intera per esplorare il Fitz Roy e il Cerro Torre. Ci accontentiamo di un campo selvaggio e tranquillo lungo il Lago del Desierto. I chilometri si sommano e la latitudine finalmente inizia a salire.

Per Capodanno ci ritroviamo nelle zone più aride e sperdute del Cile. Niente feste sfarzose, solo la cruda realtà della terra: una fattoria di allevamento ovino ci offre rifugio. I pastori ci concedono un angolo della stalla per riparare le tende dal vento e un buco dove cucinare. Lì, vicino a una vecchia stufa accesa, il tepore della fiamma e il sapore della condivisione hanno reso quella notte indimenticabile.

Dalle Orme degli Antichi alle Acque di Cobalto

Il viaggio riprende il suo ritmo lungo la Ruta 3, quell’asfalto infinito che taglia la steppa patagonica argentina come una cicatrice grigia. Il paesaggio è monotono, un orizzonte piatto di arbusti bassi e cespugli spinosi che si piegano sotto la forza costante del vento. Ma sappiamo che la Patagonia nasconde i suoi tesori migliori appena fuori dalle rotte principali.

Cueva de las Manos: L’Urlo del Passato

Decidiamo per una deviazione cruciale: lasciamo la Ruta 3 per imboccare una pista sterrata che si addentra nel canyon del Río Pinturas. Il paesaggio cambia drasticamente; la steppa piatta cede il passo a gole profonde e pareti di roccia vulcanica dai colori caldi, ocra e rossicci. La nostra meta è la Cueva de las Manos (la Grotta delle Mani).

Arrivarci richiede pazienza, la pista è polverosa e irregolare, ma Fenice, il nostro fedele Land Rover, avanza senza esitazione, trasportando la famiglia e l’attrezzatura. Mauro, sulla sua moto, si destreggia agilmente tra le buche, sollevando una scia di polvere ma godendosi ogni curva dello sterrato.

Quando finalmente raggiungiamo il sito, l’emozione è palpabile. Sotto una grande sporgenza rocciosa, protetta dalle intemperie, si svela uno spettacolo unico al mondo. Centinaia e centinaia di impronte di mani, dipinte in negativo (stencil) sulle pareti di roccia. Sono mani sinistre, per la maggior parte, e risalgono a un periodo compreso tra 13.000 e 9.000 anni fa.

I colori sono vibranti: rosso ocra, nero (ottenuto dal manganese), bianco (caolino) e persino qualche tocco di giallo. Oltre alle mani, ci sono scene di caccia con guanachi e figure geometriche. Ma sono quelle mani a colpirti nel profondo. Sembrano tese verso di noi attraverso i millenni, un grido silenzioso che dice: “Io ero qui”. È un luogo sacro, carico di energia, che ci ricorda la fragilità della nostra esistenza e la persistenza dell’arte umana. Il silenzio del canyon è rotto solo dal vento, lo stesso vento che soffiava quando quegli antichi cacciatori premevano le loro mani sulla roccia.

Lago General Carrera: Il Gigante di Cobalto

Ricaricati da questa esperienza ancestrale, torniamo sulla pista e, dopo aver attraversato nuovamente il confine con il Cile (una procedura ormai familiare), ci dirigiamo verso ovest. L’obiettivo è il Lago General Carrera (chiamato Lago Buenos Aires sul versante argentino). È il secondo lago più grande del Sud America, ed è un gigante che si annuncia da lontano.

Man mano che ci avviciniamo, l’aria diventa più fresca e il paesaggio si trasforma. Le montagne si fanno più alte e imponenti, e infine lo vediamo. Il colore è indescrivibile: un cobalto intenso, profondo e ipnotico, che sembra brillare di luce propria. È un’immensità d’acqua circondata da cime innevate e ghiacciai che si tuffano nelle sue acque.

Troviamo un posto perfetto per accamparci proprio sulle sue rive ciottolose. La nostra piccola carovana si dispone di fronte a questo spettacolo. Mentre il sole inizia a scendere, il vento cala leggermente. Montiamo le tende, e finalmente possiamo cucinare qualcosa di caldo godendoci la vista.

Fenice è parcheggiata a pochi metri dall’acqua, la sua sagoma squadrata si staglia contro lo sfondo delle montagne illuminate dagli ultimi raggi di sole. Vicino, la moto di Mauro riposa dopo le fatiche della giornata. I ragazzi esplorano la riva, raccogliendo sassi levigati dalle onde. La luce del tramonto dipinge le nuvole di rosa e arancione, e il riflesso sul lago cobalto crea una tavolozza di colori surreale.

Ceniamo all’aperto, avvolti nei nostri piumini. Il freddo c’è, ma la bellezza del luogo lo rende sopportabile. Il suono dolce dell’acqua che si infrange sulla riva ci accompagna mentre ci prepariamo per la notte. Dormire qui, con la consapevolezza che fuori dalla tenda c’è un gigante d’acqua cobalto, è un’esperienza che ci riempie di meraviglia e gratitudine. La Patagonia ci ha mostrato oggi il suo volto più antico e quello più maestoso.

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