El bolson, abbando ancora la Fenice!
Il Calore della Risalita
La risalita verso nord porta con sé una benedizione: un netto e percettibile aumento della temperatura. Il sole, finalmente, torna a scaldare l’abitacolo di Fenice. È un momento quasi rituale: spegniamo il riscaldamento. Meno di un mese fa vivevamo giorno e notte con la giacca da montagna addosso, ora ci ritroviamo a scendere in maglietta, assaporando il tepore sulla pelle. La natura intorno a noi si fa meno aspra, ma non meno drammatica.

L’Apocalisse Grigia: Il Vulcano Chaitén
Nelle varie deviazioni lungo l’intricato confine cileno, ci troviamo ad affrontare un’esperienza surreale. La pista scompare sotto un’enorme, sterminata distesa di cenere grigia. Non è solo polvere; è una nuova lingua di terra che, accumulandosi, si è letteralmente “presa” una parte del mare, ridisegnando la costa.
Si tratta dei detriti della mostruosa eruzione del Vulcano Chaitén, avvenuta nel 2008 ma i cui effetti sono ancora onnipresenti. Il vulcano è lì, all’orizzonte, imponente e minaccioso, con il cratere che fuma ancora, un promemoria costante della potenza del sottosuolo.
Guidare su questa superficie è come muoversi su un altro pianeta. Fenice avanza sollevando nuvole grigie, mentre la moto di Mauro si fa strada tra dune di cenere fine. La vegetazione in questa zona è spettrale: tronchi d’albero scheletriti e bianchi, soffocati dalla cenere, si ergono come fantasmi contro il cielo azzurro. Il paesaggio è desolato e silenzioso, interrotto solo dal rumore dei nostri motori e dal fumo grigio che si alza dal cratere.
Raggiungiamo il paese di Chaitén. È una vera e propria ghost town. Non c’è nulla. Le case sono semi-sepolte dalla cenere o distrutte dalla furia dei fiumi di fango (lahar) scesi dal vulcano. Le strade sono deserte. La gente si è trasferita quasi in toto al paese vicino o altrove, abbandonando tutto ciò che non potevano portare via. Nonostante la devastazione, riusciamo a trovare una sistemazione di fortuna e persino una piccola taverna sopravvissuta al disastro dove mangiare qualcosa di caldo. L’atmosfera è carica di malinconia e resilienza.

El Bolsón e l’Addio Temporaneo
Lasciataci alle spalle l’apocalisse grigia di Chaitén, attraversiamo nuovamente il confine e ci dirigiamo verso El Bolsón, in Argentina. È un paese di montagna, noto per la sua atmosfera rilassata e la comunità di artigiani, un luogo quasi hippy nascosto tra le Ande.
Questo è il punto di arrivo di questa tappa del viaggio. È la prima volta che dobbiamo lasciare i nostri amati mezzi in Sud America e ancora non sappiamo bene quali siano le procedure. Un amico di vela mi ha dato un contatto che dovrebbe fare al caso nostro, una persona che dispone di un deposito sicuro.
Tutto sembra svolgersi abbastanza tranquillamente. Prepariamo Fenice e la moto di Mauro per affrontare l’imminente inverno patagonico e la neve, assicurandoci che siano ben protetti. Con la carovana sistemata, ci dedichiamo a una piccola gita alla città di El Bolsón, visitando il mercato e godendoci un po’ della sua atmosfera distesa prima della partenza.

L’Imprevisto a Bordo Bus
Arriva il giorno della partenza. Sono quasi le ultime ore e ancora non sono riuscito a capire esattamente quanto dovremo pagare per il deposito. Abbiamo abbandonato tutto sotto dei pini, all’interno della proprietà recintata del nostro contatto. Mi fido della parola data, ma un pizzico di apprensione c’è.
Saliamo sul bus che ci condurrà all’aeroporto. Proprio mentre il motore si avvia, il “personaggio” del deposito si avvicina al finestrino e ci illumina sulla tariffa: 300 dollari al mese. Una follia! Una cifra esorbitante e inaspettata. Purtroppo ormai siamo in partenza e non possiamo fare nulla per negoziare. Lasciamo El Bolsón con l’amaro in bocca, ma con la mente già al lavoro per pensare a un piano di uscita per i prossimi mesi. Il viaggio finisce qui, ma le sfide non sono ancora finite.

