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  >  Alfio Lavazza   >  Fenice Expedition — Da confine lituano alla Polonia

Autunno, la Fenice verso Ovest

Ci si risveglia al mattino tra camion e TIR pronti a mettersi in coda per il valico russo.
Noi, invece, siamo ormai tornati in Europa e lo capiamo subito: il fuso orario è quello standard, l’aria è più umida, e tutto intorno comincia a mostrarsi con i colori pieni e profondi dell’autunno.

Le betulle e i pioppi si alternano a distese di erba già giallastra, mentre le stradine serpeggiano tra laghi e laghetti che riflettono il cielo plumbeo. È una terra silenziosa, ordinata, verde, con pochissima gente in giro. I villaggi si riconoscono da lontano per il campanile in legno e per i tetti scuri delle case, spesso decorati con frontoni di legno intagliato.

L’autostrada che ci porta verso la Polonia è scorrevole, quasi vuota. Qualche camion, qualche targa lettone o lituana, ma per il resto solo chilometri di asfalto pulito che taglia boschi e campi arati.
La frontiera ormai non esiste più come un tempo: niente sbarre, niente dogane, solo un controllo visivo delle targhe. Quelle europee passano senza problemi, le altre vengono fermate. Fortunatamente, la Fenice può procedere senza discussioni: non abbiamo certo più voglia di parlare di revisioni o certificati di viaggio.

Il sole comincia a calare e l’atmosfera si fa calda. Attraversiamo paesaggi sempre più dolci, tra colline basse e specchi d’acqua dove volano stormi di anatre in partenza per sud.
Sulla mappa individuiamo una località turistica che ci ispira: Mikołajki.

È un piccolo borgo affacciato sul lago Mikołajskie, nel cuore della Masuria, la regione dei “Mille Laghi”. D’estate è piena di barche, campeggiatori e ciclisti, ma adesso, in ottobre, i campeggi sono chiusi e il silenzio domina la scena. Troviamo, sopra una piccola collina che guarda il golfo e lo yacht club, un fazzoletto d’erba tra due condomini: discreto, pianeggiante, perfetto per passare la notte.

Con la Fenice sistemata, scendiamo verso il fiume. Prima che i locali chiudano, ci infiliamo in una piccola taverna di legno con la stufa accesa e il profumo di pesce fresco.
Ordiniamo piatti tipici della zona — sandacz (lucio perca) alla griglia, zuppe dense di verdure e qualche birra artigianale locale. La serata scorre tranquilla, serena. È inevitabile pensare che questo viaggio sta per concludersi.
L’umore è buono, ma si sente un filo di malinconia, quella sottile consapevolezza che le grandi avventure non si ripetono mai uguali.

Passeggiamo lungo la riva. L’acqua è scura e ferma, le luci delle case si specchiano come candele tremolanti. La temperatura cala rapidamente, ma non importa. Tornando verso il nostro rifugio, due caprioli attraversano silenziosi la strada e spariscono tra i cespugli. La natura, anche qui, sembra voler salutare la Fenice.

La mattina successiva il cielo è terso. Un piccolo bar con l’insegna in legno serve cappuccini e torte fatte in casa: il ritorno alla civiltà è ufficiale.
Riprendiamo la “16”, la grande strada che taglia la Polonia da est a ovest. È ampia, ben tenuta, circondata da boschi e villaggi ordinati. Ci piacerebbe percorrerla più lentamente, con il tempo di fermarsi, fotografare, respirare. Ma ormai la direzione è segnata: il deposito dei mezzi ci attende.

La Fenice rulla tranquilla sull’asfalto, e mentre le foglie cadono leggere sul parabrezza, penso che ogni viaggio, per quanto lungo, non finisce mai davvero.
Solo si trasforma, in un ricordo che continua a viaggiare.

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